Campigna

Campigna

nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi

Campigna, è una frazione di Santa Sofia in provincia di Forlì, costituita da poche case e due Alberghi-Ristoranti.
È il paesino più piccolo e alto della vallata del Bidente, situato proprio sul crinale appenninico che divide Romagna e Toscana, al centro del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, ed attorniato da cime oltre i 1650mt. s.l.m.: il Monte Falco, il Monte Falterona ed il Monte Gabrendo.

Questo luogo, che racchiude ascendenze storiche importanti è facilmente raggiungibile sia dal versante romagnolo che da quello toscano, ed è situato in un ambiente naturale fuori del comune; tutto ciò unito alla cordialità dei suoi abitanti (10 in tutto per la precisione), ed alle innumerevoli sfaccettature ed offerte, ha contribuito alla sua fama.
Soggiornare a Campigna significa essere in uno dei cuori pulsanti e più rinomati del Parco Nazionale.

Foreste Casentinesi

Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna si estende su un’area equamente divisa fra l’Emilia Romagna e la Toscana, e comprendente territori delle province di Forlì-Cesena, Arezzo e Firenze.
Dal punto di vista naturalistico, siamo di fronte ad una delle aree forestali più pregiate d’Europa; foreste millenarie e rigogliose, testimonianza del continuo evolversi della natura, che regalano ai loro visitatori sensazioni visive ed uditive impareggiabili.
Ma è anche un territorio con centri abitati ricchi di storia e di testimonianze artistiche e architettoniche, tra cui due poli di grande fascino ed importanza spirituale: il Santuario della Verna e l’Eremo di Camaldoli. All'interno del Parco si individuano sette Riserve Naturali, ossia aree protette istituite a tutela delle zone di maggior interesse e valore naturalistico che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità.

Sasso Frattino

La Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, è quanto oggi vi sia di più simile "all'antica silva”.
Una morfologia aspra, con ripide pendenze e numerosi affioramenti rocciosi, e la mancanza di vie di accesso hanno reso nei secoli difficile la penetrazione dell’uomo e hanno permesso al bosco di rimanere nella condizione più prossima alla massima “naturalità”, con un’eccezionale ricchezza di specie arboree che in piena libertà nascono, crescono, si adattano e naturalmente muoiono. Dal 1959 lo si è voluto salvaguardare, precludendo a chiunque il libero accesso e ogni forma di intervento, con l’istituzione della prima Riserva Naturale Integrale in Italia.

Santuario della Verna

Il Santuario francescano della Verna, situato in provincia di Arezzo, all'interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, a picco sulla roccia del Monte Penna ed avvolto da una foresta di faggi ed abeti, è uno dei luoghi di preghiera e pellegrinaggio più rilevanti per il francescanesimo.
La nascita del primo nucleo eremitico, si ha con la presenza di San Francesco, che nella primavera del 1213 incontrò il Conte Orlando di Chiusi della Verna; costui, colpito dalla sua predicazione, volle fargli dono del monte che da quel momento divenne sede di prolungati periodi di ritiro e meditazione del Santo.
Negli anni successivi sorsero alcune piccole celle e la chiesetta di Santa Maria degli Angeli (1216-18), ma lo sviluppo di un grande convento si ebbe in seguito all’ultima visita di Francesco avvenuta nell’estate del 1224. In questa occasione, mentre era assorto in preghiera, ricevette il dono delle stimmate. Da allora la Verna divenne un suolo sacro. Papa Alessandro IV la prese sotto la protezione papale, nel 1260 vi fu eretta e consacrata una chiesa. Pochi anni dopo venne eretta la Cappella delle Stimmate, finanziata dal conte Simone di Battifolle, vicino al luogo ove era avvenuto il miracolo.

Eremo e Monastero di Camaldoli

L'Eremo di Camaldoli si trova in provincia di Arezzo, a circa 1100 metri s.l.m., immerso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, ed è a d oggi la casa madre della Congregazione Benedettina dei Camaldolesi. Verso il 1023 San Romualdo giunse fra il Pratomagno e il Monte Falterona e decise di fondare un eremo in una radura detta Campo di Maldolo (Campus Maldoli);incoraggiato dal vescovo di Arezzo, sotto la cui giurisdizione si trovava quella località, vi eresse 5 celle e un piccolo oratorio dedicato a San Salvatore Trasfigurato, ovvero il nucleo originario dell'eremo. La dedicazione fu celebrata nel 1027 dal vescovo Teodaldo. Successivamente furono aggiunte 15 celle all’impianto base della struttura.

Questa realtà monastica affonda le sue radici tanto nell’antica tradizione dell’Oriente cristiano, quanto in quella dell’Occidente che si riconosce in San Benedetto. Essa coniuga la dimensione comunitaria e quella solitaria della vita del monaco, attraverso rispettivamente il Monastero e l’Eremo, i cui monaci appartengono alla stessa comunità, vivono la stessa regola, ma seguono stili di vita in parte diversi. I monaci che vivono all'eremo sono attualmente nove. L'eremo di Camaldoli è ad oggi ancora costituito dalle venti celle originarie, situate oltre il cancello che delimita la clausura e disposte su cinque fila. Nella cella l'eremita vive gran parte della sua giornata nel personale impegno fatto di lavoro, studio e preghiera. Le costruzioni sono ad un piano, con annesso un orto recintato; tutte le celle si rifanno a quella di San Romualdo, l'unica attualmente visitabile, con accesso dal piazzale della chiesa.
Camaldoli intende così configurarsi come comunità in dialogo e ospitale in uno scenario di straordinaria bellezza che infonde quiete e dilata lo spirito. Rinomati sono i prodotti del lavoro dei monaci; la vita monastica benedettina è imperniata sul motto “ora et labora”, che pur non essendo contenuto nel testo della Regola di Benedetto, rende bene la concretezza della vita che si svolge nel monastero giorno dopo giorno. Il lavoro è il mezzo normale del quale la comunità vive e con il quale si sostenta. San Benedetto vuole i monaci impegnati nel lavoro quotidiano, in un equilibrio con l’attività spirituale contemplativa.

Lago degli Idoli

Su una via di transito sull’Appennino sul lato sud del Monte Falterona, a circa 1 km dalla sorgente dell’Arno, è situato un minuscolo specchio d’acqua ripristinato recentemente, in quanto fino a poco tempo fa era completamente scomparso. Forse perché erroneamente identificato come la sorgente dell’Arno, divenne in passato luogo di culto e pellegrinaggio. Vi arrivavano fedeli da tutta l’Etruria e, secondo le usanze antiche i viandanti vi gettavano statuette di bronzo, raffiguranti per lo più parti anatomiche ed armi, con la stessa funzione degli odierni ex voto, oppure animali a simboleggiare sacrifici.
Divenne sito di interesse archeologico, dopo che nel 1838 una mandriana vi trovò una statuetta di bronzo. Negli scavi che seguirono, e che portarono in breve al prosciugamento del lago stesso per facilitare le escavazioni, vennero alla luce centinaia di statuette, e migliaia di altri reperti databili fra VI e IV sec. a.C.; questi furono offerti al Granduca Leopoldo II, il quale tuttavia non si mostrò interessato all'acquisto e non fece niente per impedire che questo tesoro venisse disperso. È per tale ragione che alcuni reperti sono stati individuati nelle collezioni permanenti dei più prestigiosi musei del mondo (Louvre, British Museum, Ermitage, ecc.); purtroppo però la maggior parte degli stessi è andata perduta.

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